Verso una riabilitazione basata sulle evidenze.
Pericolose vibrazioni di ricerca
14 . 04 . 2014

(Tratto da Blog Scire)

di Danilo di Diodoro
Post - 140

La ricerca in area biomedica è lo strumento fondamentale per l’avanzamento delle conoscenze e il conseguente miglioramento della pratica clinica. Detto così sembra facile, ma la realtà è che questo strumento è diventato sempre più ponderoso, inefficiente e fuori controllo. Basti pensare che dei 1575 articoli dedicati ai marker prognostici oncologici pubblicati nel corso del 2005, ben 1509 indicavano marker potenzialmente utili, anche se poi quasi nessuno di essi è realmente entrato nella pratica clinica. Alquanto scoraggiante. Un segnale di scollamento tra la ricerca e la clinica, come sottolineano in un editoriale sulla rivista Lancet Malcolm Macleod e altri ricercatori tra cui anche Paul Glazious. L’editoriale introduce una serie di articoli dedicati proprio ai guai della ricerca biomedica, tra i quali quello di John Ioannidis e collaboratori intitolato Increasing value and reducing waste in research design, conduct, and analysis.
Ioannidis fa una disamina precisa dei mali che affliggono la ricerca medica. Dice ad esempio che quella parte della ricerca tanto ostica per il clinico pratico, la parte statistica, è spesso caratterizzata da errori anche gravi, riguardanti ad esempio il corretto test per la misurazione del valore della p. E questo non su rivistucole locali, ma su Nature e sul BMJ. Molte volte poi non si riesce a riprodurre risultati ottenuti, e la replicabilità, si sa, è una delle forme di garanzia dell’affidabilità di una ricerca. Capita però anche il problema contrario: duplicazione di ricerche che non sono più necessarie perché rispondono a domande per le quali esiste già una risposta assodata. Molte delle ricerche che assorbono fondi e risorse umane, sono poi condotte senza la potenza statistica che possa consentire di distinguere tra un risultato vero e uno dovuto al caso. Per aggirare questo scoglio, in alcuni casi vengono perseguite delle misure di outcome clinicamente insignificanti. E’ il caso degli inibitori delle colinesterasi nella malattia di Alzheimer, per i cui studi registrativi sono stati utilizzate scale di funzionamento cognitivo che consentono di cogliere minime variazioni di fatto insignificanti nella vita reale.
E sebbene la ricerca sia basata sui dati, anche su...

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08 . 03 . 2016