Verso una riabilitazione basata sulle evidenze.
NUOVI STRUMENTI AL SERVIZIO DELL’EBM - “Evidenza scientifica e pratica clinica in idrokinesiterapia: c’è concordanza?”
27 . 07 . 2016

NUOVI STRUMENTI AL SERVIZIO DELL’EBM.
“Evidenza scientifica e pratica clinica in idrokinesiterapia: c’è concordanza?”
Intervista a cura di Andrea Foglia

Pubblichiamo l’intervista svolta da Andrea Foglia a Virginia Colibazzi, autrice, insieme ad Adriano
Coladonato, dello studio “Evidenza scientifica e pratica clinica in idrokinesiterapia: c’è
concordanza? Un vaglio della letteratura e un questionario tra gli idrokinesiterapisti italiani”,
pubblicato sulla rivista Journal Sport & Anatomy.

Ciao Virginia, ho avuto modo di leggere il suo articolo, vorrebbe parlarcene?

Caro Andrea, lo studio in questione è stato concepito e presentato dal collega Adriano Coladonato
in occasione del secondo convegno internazionale di idrokinesiterapia Aqua – Leuven, che ha avuto
luogo presso la Facoltà di Kinesiologia e Scienze Riabilitative dell’università di Leuven, in Belgio,
dal 15 al 18 Aprile 2015 e successivamente è stato pubblicato sul Journal Sport & Anatomy nel
numero 3-4 del 2015 . Desideriamo diffonderne i contenuti 1 perché è, a nostro avviso, un buon
esempio di come strumenti di comunicazione tecnologica possano rendere servizio alla ricerca
scientifica .

Lo studio sembra agire su due piani differenti già dal titolo: da una parte la necessità di
conoscenza di una tematica riabilitativa e dall’altra un aspetto più improntato alla pratica clinica.
Potrebbe descrivercene gli obiettivi e la metodologia utilizzata nello svolgimento?

L’obiettivo principale era indagare le discrepanze esistenti tra le indicazioni provenienti dalla
ricerca scientifica e le applicazioni nella pratica clinica in una popolazione di idrokinesiterapisti
italiani. Siamo partiti dall’interesse crescente per questa modalità terapeutica, testimoniata da un
aumento della pubblicazioni scientifiche sull’argomento negli ultimi anni, nonché dalla già
consistente abbondanza di prove a sostegno dell’efficacia del lavoro in acqua. Ci siamo chiesti
quindi quali fossero le conoscenze disponibili circa la variabilità di applicazioni nella pratica clinica
in Italia e circa le caratteristiche, modalità tecniche e logistiche con cui il lavoro in acqua è
somministrato ai fruitori finali, ovvero i pazienti. Per rispondere a questi quesiti, in una prima fase
abbiamo condotto una revisione della letteratura e successivamente elaborato un questionario per
effettuare una survey circa le applicazioni del lavoro in acqua in pratica clinica. Il questionario è
stato costruito mediante lo strumento google form ed è stato articolato in tre domande a risposta
multipla: è stato chiesto agli intervistati in quale macroarea di intervento il loro lavoro trovasse
maggiori applicazioni, quali fossero le patologie maggiormente trattate in acqua e a quale contesto
lavorativo appartenessero. Il campione a cui è stato sottoposto il questionario è rappresentato da 484
idrokinesiterapisti, i soci dell’associazione nazionale italiana idrokinesiterapisti (ANIK).

Quali sono i risultati emersi?

Dall’incrocio dei risultati scaturenti dalla revisione e dalla survey, abbiamo constatato che la
concordanza tra ricerca scientifica e pratica clinica è moderata nelle macroaree della riabilitazione
in cui si applica l’idrokinesiterapia (riabilitazione ortopedica e neurologica adulti presentano la
concordanza più ampia), mentre la concordanza risulta debole per le patologie investigate.

Potresti spiegarci meglio?

Certamente, per farlo vorrei descriverti un caso limite come quello della fibromialgia: tale patologia
è stata trattata nella pratica clinica in acqua solo dal 5% degli idrokinesiterapisti intervistati sebbene
sia ampiamente rappresentata come oggetto di studio in letteratura.

Come si giustifica una simile discrepanza?

L’analisi dei dati, associata alla risposta al terzo quesito sull’ambito professionale di appartenenza,
può giustificare in parte i risultati ottenuti: una popolazione composta prevalentemente da
professionisti che lavorano nel settore privato potrebbe aver giocato a sfavore di alcune patologie
croniche, che necessitano di una terapia di tipo estensivo, le cui cure sono maggiormente affidate a
strutture ospedaliere.

Un campione di operatori così selezionato non potrebbe a tuo parere rappresentare un bias di
selezione?

Questo punto è sicuramente un primo limite dello studio; ad esso si aggiunge l’esiguità del
campione (124 rispondenti su 484 totali con un tasso di risposta al questionario pari al 25%); infine
un’altra criticità di cui siamo consci è rappresentata dalla scelta di effettuare una analisi quantitativa
e non qualitativa degli studi inclusi nella revisione sistematica, senza una adeguata valutazione della
qualità metodologica .

E perché utilizzare una survey?

Circa la scelta del questionario, possiamo riconoscerne i limiti intrinseci e accettare la critica che
una consensus conference sarebbe stato uno strumento di indagine più appropriato; tuttavia ci
preme sottolineare come vi siano già dei precedenti in letteratura di survey condotte tramite
questionari sommistrati al telefono, via mail o online . L’innovazione in questo 2 3 caso è l’utilizzo di
Google form , applicazione di Google che consente di creare moduli (sondaggi e questionari) in
pochi passaggi, annotare automaticamente le risposte ed inserirle in un foglio di calcolo per la
raccolta dei risultati. Esso rappresenta un mezzo pratico e immediato, nonché a costo zero. Ed è
proprio l’economicità di tale strumento un elemento interessante e d’attualità, in questi ultimi anni
in cui si dibatte molto sul rapporto tra risorse investite e consistenza dei risultati in ricerca.

Cosa pensi a tal proposito?

Guarda Andrea, già molte voci autorevoli si sono interrogate sulla crisi del movimento EBM: Trisha
Greenhalgh , professore al National Istitute for Health Research, ha affermato 4 che l’eccessivo focus
sugli aspetti metodologici ha fatto perdere di vista l’obiettivo vero dell’EBM indicato da Sackett
agli albori di questo movimento culturale, ovvero il miglioramento della salute delle persone grazie
all’integrazione delle migliori evidenze, dell’esperienza clinica e delle preferenze dei pazienti nelle
decisioni professionali, manageriali e di politica sanitaria. Ad oggi, infatti, raramente la ricerca
produce evidenze robuste e affidabili: si calcola che solo il 5-7% delle pubblicazioni apporti dei
risultati sostanzialmente significativi nella pratica clinica. Questa affermazione trova riscontri nella
serie Research: increasing value, reducing waste5, pubblicata da The Lancet, la quale ha concluso
che la maggior parte delle risorse investite nella ricerca non migliora l’assistenza sanitaria né la
salute delle popolazioni.

Di fronte a tale dato, si pone un problema di sostenibilità etica ed economica della ricerca.
Cosa prospetti o proponi per inventire la rotta?

Credo che complessità del processo di regolamentazione della ricerca non possa essere affrontato in
poche parole, tantomeno i fattori multipli che hanno generato lo status quo. Mi unisco a chi
sostiene la necessità di investire in una ricerca di stampo pragmatico che dia indicazioni precise ed
immediatamente spendibili nella pratica clinica con il minor investimento di risorse possibile.

E nel nostro ambito comune di lavoro, la riabilitazione?

Questo proposito diviene un imperativo in riabilitazione in cui i fondi disponibili sono infinitamente
ridotti rispetto a quelli della ricerca farmacologica. Il ricorso a disegni di ricerca meno “nobili” del
tanto osannato RCT e di strumenti più “smart” non è per me da rigettare a priori, bensì da vagliare
con critica e metodo. Nel nostro piccolo con questo studio abbiamo voluto indagare la concordanza
tra produzione scientifica e pratica clinica in un ambito riabilitativo limitato, quello
dell’idrokinesiterapia, scoprendo che esiste un gap da colmare se si vuole adottare un approccio che
rispetti i criteri di appropriatezza clinica insiti nei propositi EBM. Studi simili condotti in altri
ambiti riabilitativi permetterebbero di avere una panoramica completa sulla disciplina, condizione
indispensabile per definire futuri campi di indagine laddove siano assenti dati o per affermare
pratiche cliniche da un lato sempre meno soggettive e dall’altro uniformemente condivisibili.


1 Colibazzi et Al; Evidenza scientifica e pratica clinica in idrokinesiterapia: c’è concordanza? Un vaglio
della letteratura e un questionario tra gli idrokinesiterapisti italiani, Journal Sport & Anatomy
2015;3-4:97-102
2 Berhardsson S et Al.Clinical practice in line with evidence? A survey among primary care physiotherapists in western
Sweden. J Eval Clin Pract. 2015 Dec;21(6):1169-77.
3 Peter WF et Al. Guideline recommendations for post-acute postoperative physiotherapy in total hip and knee
arthroplasty: are they used in daily clinical practice?Musculoskeletal Care. 2014 Sep;12(3):125-31
4 Greenhalgh T, Howick J, Maskrey N; Evidence Based Medicine Renaissance Group. Evidence based medicine: a
movement in crisis? BMJ. 2014 Jun 13;348:g3725.
5 Macleod MR, Michie S, Roberts I, et al. Biomedical research: increasing value, reducing waste. Lancet
2014;383:101-1.

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